Di cararote e fussini: la normale follia linguistica di una famiglia bilingue

Siamo una famiglia bilingue: io sono di madrelingua italiana, mio marito tedesca. Fra di noi parliamo prevalentemente tedesco. Mio marito parla tedesco con i bambini, io cerco di parlare il più possibile italiano.

Quando sono rimasta incinta una delle prime domande che mi sono posta è stata: riuscirò a far imparare l’italiano ai miei figli?

Proprio durante la gravidanza lessi un libro sul bilinguismo nei bambini che considero preziosissimo e che mi ha accompagnato fino ad ora: Mit zwei Sprachen groß werden di Elke Montanari.

Quando è nata mia figlia mi sforzavo di parlarle in italiano, benché per noi la lingua parlata in famiglia fosse il tedesco. All’inizio mi sentivo quasi a disagio a parlare con qualcuno che non poteva rispondermi… poi un giorno mi resi conto che davvero mi capiva e compresi che i miei sforzi davano dei frutti: le parlavo di un pesciolino e lei con un ditino indicò il quadretto del pesce appeso alla parete. Una delle prime parole che iniziò a ripete, fu “birba”, anzi “bibba”… colpa mia: le dicevo sempre che era una birba.

Gnappetta (8 anni) ha sempre appreso le due lingue parallelamente: quello che riusciva a dire in tedesco riusciva a dirlo anche in italiano. Tuttavia l’italiano per lei è sempre stato seconda lingua, anzi con l’andare del tempo il tedesco è progredito più velocemente. Oggi riesce a esprimere praticamente tutto in italiano (a meno che non si faccia prendere dalla pigrizia ;)), in tedesco però lo dice meglio e più correttamente.

Biscotto (3 anni e mezzo) ha stentato un po’ a tirar fuori le prime parole in italiano e per lungo tempo sono rimaste solo semplici parole isolate. Col tedesco ha iniziato presto. Per lui la struttura linguistica è esclusivamente tedesca, salvo poi sforzarsi di piazzarci dentro un paio di parole italiane quando parla con me (tesoro!). Da quando ha compiuto 3 anni è stato per due volte a stretto contatto con l’italiano: una volta in Italia per 10 giorni, un’altra una settimana con i nonni italiani qui. In entrambi i casi ha fatto grandi progressi: dalle singole parole è passato a brevi frasette. Adesso confidiamo nelle quattro settimane di mare la prossima estate.

Un dato curioso è che nelle prime fasi di apprendimento Gnappetta tendeva a comprimere le parole: callo (cavallo), betta (bicicletta), matte (matite), putto (prosciutto), maggio (formaggio), occai (occhiali) e così via. Biscotto al contrario le allungava: mirtitillo (mirtillo), cararota (carota), vattetenne (vattene – utilissimo quando la sorella rompe), mototore (motore) e via di seguito.

Con la sintassi hanno avuto tutti e due il loro bel da fare. Un classico sono le frasi col verbo alla fine, che mi sembra sempre di parlare con Montalbano: “Io via ‘ndata”, “Io mela mangia”, “Io ciuccio vole” (Gnappetta), “Mamma, du sollst questo prendere”, “Nonna, ich habe biciletta imparato” e via di questo passo.

Una vera e propria chicca sono le creazioni interlinguistiche: il Fussino, schnappa/schnappato, la Kucca, l’Aucco, eingewitet, manere, le Lisken, gecrescht.

E che dire di questi: “Ich will Salz hören” (voglio sentire il sale – inteso come assaggiare), “Der Salat geht mir nicht” (l’insalata non mi va), “Queste calze non sono molto cicciottine” (dick – pesanti). Splendidi: “Mamma, ti ho bene” e “Mamma, ti ho bravo” (mamma, ich habe dich lieb – e qui come fai a correggerli…).

E voi? Che famiglia bilingue siete? Come stanno imparando a parlare i vostri figli?

 

Francesca

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